«Parthenope». La poesia inutile (e necessaria) di Paolo Sorrentino
- Maria Serena Salvatore
- 29 ago 2025
- Tempo di lettura: 2 min
Parthenope ti si appiccica addosso come il caldo umido del sud, quello che si incolla alla pelle e non ti lascia nemmeno di notte.
È un film che non ha fretta, non si concede subito, anzi, si insinua piano piano, con la stessa languida lentezza del Mediterraneo che lo circonda, quella sensualità densa, conturbante, tanto seduttiva quanto inafferrabile.
Un nome, Parthenope, che è donna, che è città, che è sirena. Incarna la bellezza muliebre della giovinezza che si consuma tra amori illusori e insicurezze, nello smarrimento di ‘chi ama troppo o troppo poco’.
È un nome che riflette la dualità intrinseca di Napoli, una città che, come tante città del sud, seduce e fugge.
Vive e respira. Piange e sorride.
Ti fa innamorare e poi ti fa morire.
Questo film mi è arrivato come una lunga e struggente carezza che alla fine si trasforma in uno schiaffo.
Si può sopportare il peso di un amore? Si può vivere nell’amarezza di un ricordo?
Questo dolce tormento si dipana sotto un sole accecante, ponendo tante domande e poche risposte. E di questo ce ne accorgiamo, cullati dalle note di ‘Era già tutto previsto’, mentre capiamo che nella vita di previsto c’è ben poco.
Eppure è proprio in questa incertezza che si riflette l’essenza della giovinezza e quel suo aggrapparsi a fragili illusioni, come se potessero salvarci dal disincanto.
Alla fine cosa resta? Forse il sapore salato di un bacio mai dato, il rimpianto di un amore che poteva essere e non è stato. Forse solo la bellezza, la tragedia del tempo che sfugge tra le nostre dita e la speranza di poter possedere ancora qualche sprazzo di leggerezza, prima che tutto svanisca nel nulla.
Chi cerca in Sorrentino una funzione pratica, resta quasi sempre deluso. La poesia non è utile e non vuole esserlo. Scivola, brucia, lascia segni sulla pelle che sono invisibili.
La poesia è poesia, e l’unica sua forza è quella di farci costeggiare l’indicibile, magari lasciandoci un po’ di amaro in bocca.
Sarà che a me l’amarezza, mi piace pure.
Sarà che il luccichio del mare del sud ce l’ho già dentro agli occhi.




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